Erano gli anni ’80. Quelli belli dell’edonismo reganiano. All’epoca era Ninì Vanacore l’impresario di Franco Califano. E anche il mio. Un giorno mi chiese di scrivergli il soggetto per un film in cui Califano doveva essere il protagonista. Lo scrissi in pochi giorni. S’intitolava “La Morgan color caffèlatte” e raccontava del rapporto inquieto tra un uomo e la sua automobile, testimone di vita e di avventure. Franco lo lesse, ci pensò su e disse di no. “Troppo interiore. Sarebbe un film che mi mette a nudo”, spiegò all’impresario, ma rimase colpito dal fatto che in poche pagine avessi inquadrato la sua vera anima.
Avevo conosciuto il Califfo da ragazzina, quando veniva a casa mia coi Ricchi & Poveri, di cui era promoter, a fare le prove per gli spettacoli. Nel tempo avevo seguito i suoi percorsi di autore ed era come se ciò che scriveva fosse specchio delle mie esperienze. Mi ritrovò adulta e gli bastò poco per capire che non ero diventata un tipo convenzionale.
Mi chiamò per scrivere il suo spettacolo teatrale “Poeta Saltimbanco”, di cui disegnai anche il manifesto per tappezzare le città della tournèe. Era un recital di canzoni con un filo conduttore in cui il suo “alter-ego” vestito da clown bianco rivelava le sue paure, le angosce, i fantasmi della coscienza. Non corresse nemmeno una virgola in tutto il copione e volle che fossi io la voce registrata della sua coscienza.
Una sera dopo lo spettacolo mi disse che aveva soggezione di me. Che non gli era mai successo con una donna. Ma che mi sentiva profondamente “amico”. Non ricordo se quella cosa mi piacque o no, ma quando finì lo spettacolo al Teatro Nuovo di Torino e mi accompagnò a Roma in macchina, trovai il coraggio di fargli ascoltare una canzone che avevo scritto per lui, con la musica di Mario Balducci: “Amore sacro, amor profano“. Da Torino a Roma non fece che ascoltare il pezzo e arrivati sotto casa mia disse: “La incido. fammi avere lo spartito”.
Fu inserita nell’album “Tuo Califano”, un titolo/dedica alla nostra amicizia fra poeti/saltimbanchi.
“Poeta Saltimbanco”
Poeta non insistere a cantare
canzoni piene di malinconia
il pubblico si vuole divertire
e se ne frega della tua poesia
metti del borotalco sul tuo viso
e sulle labbra un poco di rossetto
diventa saltimbanco all’improvviso
per quelli che han pagato già il biglietto.
Poeta canta un paio di canzoni
poi seguita con due-tre barzellette
perché butti così le tue emozioni
tra il fumo di duemila sigarette
dì una volgarità e ti cade addosso
l’applauso che la tua poesia ti nega
ti sentirai tradito da te stesso
ma chi ti ascolta non farà una piega.
E piangi, piangi il pianto del fallito
per vivere hai sposato il compromesso
ma se le mete artistiche hai mancato
diventa almeno un uomo di successo.
Si accenderanno luci sul poeta
ma calerà il sipario sul buffone
stasera scriverai per la tua vita
la tua più triste ed ultima canzone.
