
La promiscuità in Internet
Dalle BBS a Second Life
di Marina Bellini
La rete è promiscua di default.
Dalle BBS a Second Life il suo ciclo promiscuante s’è ampliato all’ennesima potenza, creando stati dilaganti di estrema positività ma, inevitabilmente, di notevole negatività. La porzione della promiscuità negativa è quella che solitamente si utilizza per demonizzare la rete, mostrandola come un ricettacolo di delinquenza e di illegalità. Tuttavia la parte più interessante, ma anche la più assidua, è quella in cui la promiscuità riesce a creare una fonte di confronto e di grande conoscenza. Ed è a quella che dedico questo capitolo.
In Italia cominciò con le BBS: Bulletin Board System era un computer che utilizzava un software per permettere a utenti esterni di connettersi ad esso attraverso la linea telefonica, dando la possibilità di utilizzare funzioni di messaggistica e file sharing centralizzato. Per gestire o utilizzare una BBS erano necessarie conoscenze tecniche piuttosto elevate e attrezzature particolari, il che rendeva solitamente le BBS regno di veri e propri appassionati ed esperti: le BBS furono quindi la via di comunicazione preferenziale di tre generazioni di hacker, che crearono poi i presupposti per la nascita del World Wide Web.
C’era un tempo in cui la Rete era frequentata da una piccola moltitudine. Chi era entrato in Internet circa all’inizio del suo avvento, faceva parte di una élite culturalmente e intellettualmente avanzata, pronta a sperimentare il nuovo mezzo interattivo, che spaccava finalmente i canoni del linguaggio monodirezionale degli altri media.
Nelle fasi pionieristiche di ogni fenomeno di massa, la percentuale degli “spostati” è molto alta, ma anche quella delle avanguardie; quando il fenomeno comincia realmente a diventare di massa, la composizione dei fruitori tende a coincidere con quella della popolazione media. Perciò chi è entrato in Rete prima che essa iniziasse a massificarsi, ha potuto captare, intorno ai primi anni del nuovo millennio, una certa deficienza di alfabetizzazione che riduceva la comunicazione a dei ripetitivi slogan la cui conseguenza era un notevole calo del livello intellettuale precostituito.
Quando una popolazione, disabituata a scrivere e a leggere (che tanto c’era la televisione ad alleggerire l’impegno mentale), inizia a mettersi davanti a un monitor, con una tastiera che permette di esprimersi senza censure e senza inibizioni, la tendenza iniziale è quella di proiettare un modello già incamerato, apportando in tal modo una riduzione del messaggio comunicativo.
Negli anni d’oro delle BBS, vale a dire nella prima metà degli anni novanta, i dialoganti erano individui assolutamente eterogenei il cui comune denominatore era un’ineluttabile consapevolezza di voler essere dentro quello che sarebbe stato il più grande cambiamento storico dello stile di vita degli esseri umani. Benché lo strumento fosse ancora piuttosto complesso da gestire, l’intuizione collettiva aveva già colto ciò che a breve sarebbe accaduto. Perciò gli investimenti individuali di tempo, di danaro e di energie furono assai determinati e determinanti.
Le connessioni avvenivano in Telix, e i modem viaggiavano a 2400 bps. I computer avevano – quando andava bene – 1MB di memoria RAM e CPU con clock da 16 MHZ. Si comunicava usando programmi, come MMMR di Angelo Mariani, che permettevano di leggere e scrivere off-line; poi si avviava il modem e in pochi minuti (i costi telefonici erano salati e soldi ce ne stavano pochi) si faceva il download delle novità e l’upload di ciò che avevamo scritto. E ci si scollegava al più presto possibile, per non trovarsi bollette stratosferiche.
Si cominciava, all’epoca, a sentire la necessità di fondare una nuova “classe dirigente” innovativa, ma anche assegnare la carica a qualcuno che potesse divulgare l’utilizzo del mezzo a coloro che sarebbero arrivati dopo. Tra i pionieri, infatti, molti diventarono i guru dei new media.
Ognuno portava dentro la rete quello che possedeva fuori, facendolo diventare un bene comune in grado di accrescere il valore dei contenuti e della qualità comunicazionale.
Mentre il principale sito italiano era quello del Vaticano, dove una suora assai scaltra gestiva dei macchinari per l’epoca mostruosi e una conoscenza sbalorditiva del codice html, oltre ai codici di programmazione e gestione dei data base, i pionieri delle BBS cominciavano a generare le prime home-page mediante un codice scritto a mano che, letto dal browser, si trasformava in pagina web. Oltre ai servizi comuni come l’utilizzo della posta elettronica, di un chat a caratteri e di una serie di aree di discussione interattiva a tema chiamate “conferenze”, l’iscrizione a una BBS offriva anche un minuscolo spazio web per poter creare delle pagine su temi a scelta dell’utente.
Ogni home-page diveniva ma mano uno spazio di approfondimento della conoscenza di ogni singolo utente che, esponendo in pubblico parti della sua individualità, ne mostrava gli aspetti che intendeva mostrare. Che si trattasse di fotografie, di scritti, articoli di politica o di attualità, poesie, estratti di libri pubblicati, quadri o sculture, in breve tempo si potevano cogliere le rivelazioni di una o più personalità con le quali fino a poco tempo prima si dialogava a caratteri bianchi col font di default: un Courier su fondo nero. Ognuno compariva rigorosamente col suo nome e cognome, come richiedeva il regolamento di ammissione al provider. Perciò le entità dialoganti cominciavano a mettere dentro la rete quante più informazioni desiderassero esporre agli altri, allo scopo di stabilire un’interconnessione attendibile che agevolasse il reale scambio di opinioni. Cominciarono a nascere i primi incontri collettivi e individuali fuori dalla rete e molti segnarono l’inizio di nuove e solide amicizie, durevoli nel tempo. Nessuno prima d’allora avrebbe potuto immaginare che sarebbero nate e durate amicizie profonde tra un chimico di Catania e un’artista di Roma e un’insegnante di filosofia di Milano; piuttosto che tra un ingegnere elettronico di Padova e un giornalista di Napoli o tra un programmatore di Siracusa e un imprenditore di Gaudalajara. Ma anche matrimoni tra uomini e donne di città lontane. La connessione permetteva l’accesso alla commistione tra culture diverse e ben presto si sarebbe allargata a dismisura.
Con l’espandersi dell’IRC (Internet Relay Chat) le reti di comunicazione aprirono all’anonimato, pur lasciando scoperto l’IP di provenienza di ogni utente e il nome del provider con cui ognuno era collegato.
Storicamente IRC precede Internet e si trova fuori del web. I contenuti inviati sono immediatamente visibili da più siti e su tutti i server d’accesso e la traccia delle discussioni (non delle chat room private) è tenuta in file di log di pubblico dominio. IRC offre le funzionalità tipiche delle chat più evolute: possibilità di creare profili-utente con dati personali, chattare, invio di messaggi privati, scambio di file, organizzare meeting della chat.
Fino a quando l’accesso alla rete non fu liberalizzato era facilissimo incontrare nell’Irc qualcuno con cui scambiare dialoghi accesi e interessanti e spesso, se l’attenzione delle conversazioni veniva dirottata su un piano emozionale o affettivamente proiettivo, uno dei due si dissolveva nel cyberspazio, magari spaventato dal mistero del “nuovo”. Ai primi tempi di Internet le relazioni online erano vissute con una partecipazione emotiva abbastanza incantata. I cyberinnamoramenti erano all’ordine del giorno, ma spesso l’incontro non si realizzava. Le parole dette, le emozioni scambiate restavano come in una dimensione onirica che spesso lasciava le tracce di un vero e proprio incubo, tale da non trovare risposta o possibilità di interpretazioni razionali nella realtà, a meno di non essere in grado di esaminare quali dei nostri bisogni erano stati proiettati oltre il monitor. Tutto dipendeva dall’uso che si faceva del mezzo e dalla diversità degli intenti.
Chi aveva già compreso come la connessione online fosse un nuovo ramo del nostro albero vitale e perciò fornisse l’opportunità di aprire la nostra mente a nuove conoscenze e nuovi confronti, si scontrava con coloro i quali giustificavano la loro interazione come “un gioco. Questi ultimi non erano che terrorizzati dell’evoluzione, dall’incognita del futuro e dall’angoscia del cambiamento. Perciò quando due diverse modalità d’uso s’incontravano, il contatto finiva con un corto circuito che polverizzava il tentativo di scambio.
L’IRC, come del resto tutto il cosiddetto cyberspazio, cominciava a rappresentare un punto d’incontro per milioni di persone coinvolte in reciproche interazioni. Attraverso il web, le reti elettroniche veicolavano parti sempre più consistenti della comunicazione personale e commerciale fino a divenire lo strumento indispensabile per accedere, attraverso i mezzi, alla cultura, considerando che da lì a poco tempo gran parte della vita umana si sarebbe svolta in quei “nuovi mondi”. L’era dell’accesso era ormai una realtà e niente affatto virtuale.
La rivoluzione digitale ha il potenziale per rendere fungibili le esperienze culturali, proprio come il danaro ha reso fungibile lo scambio di beni nello spazio geografico.
Manuel Castells descrive così l’impatto che la rivoluzione digitale e il commercio elettronico stanno avendo sulla cultura: “Tutti i messaggi di tutti i generi vengono integrati in un mezzo perché il mezzo è diventato così esauriente, diversificato e malleabile da assorbire nel medesimo testo multimediale l’intera esperienza umana passata, presente e futura” .
Perciò all’inizio ho detto che la rete è “promiscua” di default! Questo grande contenitore di diversità è capace di accogliere, in un continuo divenire, tutto il bene e il male del mondo.
Oltre al ruolo della tecnologia è fondamentale il cambiamento del ruolo dell’attore che ne usufruisce. Dai media monodirezionali, in cui il ruolo dell’utente era di spettatore passivo, l’attore che utilizza il mezzo interattivo diventa protagonista della sua stessa esperienza. Egli è attore, ma anche regista e scenografo, oltre che autore di ogni sua rappresentazione online.
La rete è ormai il nuovo palcoscenico del mondo sul quale stanno man mano andando in scena produzioni culturali straordinariamente eterogenee che arricchiscono l’esperienza e la consapevolezza di ogni individuo affamato di conoscenza.
All’inizio del nuovo millennio l’economista americano Jeremy Rifkin scrisse come la metamorfosi dell’uomo, da lavoratore produttivo e consumatore informato ad attore creativo, rappresentasse un grande cambiamento nelle relazioni sociali. Questo non significa che in passato la teatralità non fosse assolutamente frequentata quale metafora della vita – affermava Rifkin -: l’uomo ha sempre fatto ricorso alle arti drammatiche per imitare la natura e creare mondi simbolici: quando gli uomini primitivi si dipingevano il volto, si tatuavano la pelle, si infliggevano mutilazioni, si adornavano di piume e di pelli di altri animali, mettevano in scena elaborati rituali e danze coreografiche allo scopo di riprodurre i gesti della caccia o i cicli stagionali della natura; seppellendo i morti con grande fasto, teatralizzavano la vita. L’intera esistenza di un uomo primitivo consisteva in una successione di spettacoli di questo tipo.
L’uomo è coinvolto continuamente in processi di trasformazione che alterano il suo stato, trasformandolo in qualcosa o qualcun altro. Nei consessi pubblici, in ambito sociale e nell’ambiente degli affari l’uomo sospende la sua incredulità e recita una parte. La metafora teatrale non è che una delle tante ottiche attraverso cui si può osservare il comportamento umano, ma ciò che rende diverso il senso postmoderno della teatralità è il fatto che almeno per i membri benestanti della società la rappresentazione è diventata molto più cosciente e di natura soprattutto commerciale. Un numero crescente di individui considera se stesso alla stregua di un attore e la propria vita un’opera d’arte in via di realizzazione. L’industria culturale crea e sfrutta contemporaneamente la nuova coscienza.
Del resto l’economia attuale non fa altro che progettare, costruire e predisporre la scena in cui viviamo, cresciamo, lavoriamo, consumiamo. Essa crea i nostri costumi, modella il nostro corpo e ci fornisce gli attrezzi di scena. In rete non facciamo altro che rappresentarci, rappresentando ciò che l’economia ha già predisposto per noi. Tuttavia la rete stessa ci offre l’opportunità di averne coscienza e, volendo, di ribaltare i canoni della nostra esistenza trovando vie d’uscita alternative all’omologazione di massa. Innanzitutto rendendoci indipendenti con il pensiero senza seguire un particolare sciame, ma anche trovando affinità di nicchia. Il confronto intellettuale tra le diversità che si pongono in rete è la principale fonte di consapevolezza degli eventi, ed è la via che ci rende capaci di una critica costruttiva e obiettiva rispetto alla società e a ciò che la società impone.
In rete si propone.
Quando intorno alla fine del prime millennio nacquero le prime community online era sempre un leader carismatico a metterne le fondamenta. Al suo fianco altri carismi rendevano la community più credibile e attraente, finché essa non si allargava a dismisura diventando inevitabilmente ingestibile. Una community aveva il proprio sito web, un forum di discussione e un canale di chat e poteva contenere un numero indefinito di iscritti, che mediamente si aggirava intorno ai trecento membri. Si apparteneva ad una community non tanto per affinità ideologiche, etnico-culturali, di genere, ma principalmente per fascia d’età. Le diversità avevano un gran peso nelle discussioni online ed erano quelle a mantenere accesi i motori che facevano girare gli accessi. Solo quando si arrivava allo scontro feroce, quasi sempre di carattere personale, qualcosa si frantumava, dissolvendo la community in altre minuscole comunità. A loro volta le piccole comunità cercavano di allargare l’accesso ad altri membri, ma in genere una naturale integrazione dei nuovi arrivati risultava problematica. Chi precedentemente aveva già esposto in rete il suo pensiero, la sua vita affettiva, la sua ideologia, non tollerava di dover rifare il percorso mettendosi a confronto con nuovi e sprovveduti membri. Il bisogno di esporsi ed esporre era già stato appagato precedentemente e ciò che seguiva era solo il mantenimento del suo status e della vetrina di cui era titolare.
Era cominciata l’epoca della vetrinizzazione che avrebbe avuto il suo culmine, successivamente, con i Blog. Vanni Codeluppi propone il nuovo termine indicandolo come una metafora il cui senso va al di là delle pratiche di esposizione dei prodotti, fino ad abbracciare l’obbligo di esporre tutto in vetrina, che si tratti del proprio corpo o di ogni singolo momento della propria vita. Una metafora utile per descrivere quell’ossessione postmoderna per la trasparenza che, lasciatasi alle spalle la dimensione materiale della vetrina e degli spazi espositivi del supermercato, si manifesta nella dimensione “virtuale” sfruttando il polimorfismo dell’immagine digitale.
Un virtuale che ormai non è più tale, ma che man mano si trasformerà in quella virtualità reale che caratterizza ormai la rete.
Con il fenomeno dei Blog si avvalora definitivamente l’intento di mettersi in vetrina, esponendo ciò che nel quotidiano è diventato ormai inattuabile. La blogosfera si compone di infinite varietà di intenti che convivono tra loro mediante scambio di link o, al contrario, di totale indifferenza nei confronti delle “vetrine” altrui. Chi fa informazione, o più precisamente opinione, raramente leggerà un diario personale. Chi si occupa di opinione politica difficilmente parteciperà a un blog di attualità o di gossip. Ogni categoria difende la sua nicchia e condivide il pensiero solo con i suoi simili. Le differenze online non hanno grandi possibilità di trovare confronto nei blog, poiché ogni individuo cura gelosamente il suo giardinetto accogliendo esclusivamente chi gli è affine. Tuttavia la lettura eterogenea dei blog può essere utile a cogliere vari spaccati della società attuale, tant’è vero che gli uomini politici più evoluti hanno capito come questo strumento possa riuscire a creare un’interazione diretta con gli elettori, informandoli su ciò che per i media tradizionali sarebbe impraticabile.
Durante le ultime elezioni politiche e amministrative c’è stata grande partecipazione collettiva online alla campagna elettorale, grazie ad alcuni politici che si sono aggiunti ai consueti blogger politici e hanno utilizzato il blog come strumento facente parte della campagna elettorale medesima. Affollati più del solito hanno funzionato efficacemente i blog ormai già noti di Paolo Guzzanti, Antonio Di Pietro, Mario Adinolfi, Paolo Gentiloni e Gianfranco Micciché.
Gianni Alemanno, candidato Sindaco di Roma per il PdL, ha assunto per l’occasione un vero e proprio staff che divulgasse notizie a suo nome, informando e interagendo soprattutto in altri blog.
I contenuti dei post venivano scelti quotidianamente dalle pagine del free press, uscito in occasione delle elezioni, con una selezione che teneva conto degli articoli più adatti ad attirare commenti e curiosità da parte degli utenti. Ogni post era corredato di foto e immagini acquisite dall’archivio di redazione o create appositamente per i blog.
Si teneva conto degli articoli che stimolassero la discussione, e che avessero un’importante documentazione di default, soprattutto nel caso delle inchieste che venivano lanciate sul cartaceo.
A differenza del giornale cartaceo i post non erano firmati, ma riportavano allo stesso modo la sigla del free press RomaPunto, affinché l’identità del blogger fosse virtuale e la voce di molte tastiere, appartenenti ad un’unica redazione, divenisse un’unica identità a confronto con lettori e utenti interattivi.
La scelta stava a simboleggiare, sostenendola, la voce di Alemanno, che attraverso il blog forniva ai lettori un’informazione alternativa a quella in vigore sui principali giornali diffusi nella capitale, offrendo una possibilità d’interazione con gli elettori.
Il blog di Francesco Storace per La Destra lavorava per lo più all’interno, avvalendosi di uno staff che produceva numerosi commenti oltre quelli degli utenti. Durante la prima fase della campagna elettorale alcuni dei suoi adepti cercavano di aggredire i blog di Alemanno, contro-informando a loro volta.
Anche il candidato sindaco UdC Luciano Ciocchetti ha gestito bene il suo blog, chiedendo addirittura l’opinione degli elettori online per scegliere insieme, tra Alemanno e Rutelli, quale candidato appoggiare al ballottaggio.
Contrariamente alla destra, nelle elezioni amministrative la sinistra non ha dialogato online, o perlomeno non l’ha fatto in rappresentanza diretta, creando in tal modo la sensazione che i blog abbiano potuto dare in qualche modo un ottimo contributo alla vittoria del centro-destra. A conferma delle nicchie sempre più elitarie, rispetto agli anni precedenti questa volta non si sono verificati rilevanti scontri online tra destra e sinistra, quasi a testimoniare che la diversità ideologica, di pensiero e di opinione, appaga solo se esercitata in ambienti conformi.
Qualcuno ha definito questa campagna elettorale “un grande video-game”, e malgrado l’intenzione fosse di svalutare il senso dei mezzi a disposizione, non ha fatto che esplicitare il reale cambiamento nel quale i nuovi (ormai non più) media la fanno da protagonisti.
Ormai la rete è parte integrante della nostra vita e in essa vivono, si scontrano e s’incontrano tutti gli eventi e gli elementi che supportano la nostra vita fuori dalla rete. Chi non è connesso è un emarginato e che si tratti di volontà o di disagio economico o di assenza di connessione, purtroppo viene tagliato fuori dall’evoluzione culturale, sociale, economica e politica.
Un altro ruolo positivo nella promiscuità online è quello degli aggregatori di blog. Si tratta di piattaforme che aggregano quotidianamente i post degli utenti iscritti, tramite un feed RSS proveniente da un sito che viene importato in un altro sito web, per incorporarne i contenuti all’interno delle proprie pagine. Generalmente gli aggregatori hanno un target politico categorico e accolgono al loro interno i rappresentati di uno o dell’altro schieramento politico. Tuttavia l’esposizione e l’assemblamento dei blog non riguarda solo i blog politici, ma tutte le tematiche affrontate nel web 2.0. Il più significativo è Toque-Ville, l’aggregatore delle destre italiane, che vanta una primaria posizione europea ed è suddiviso in molteplici sessioni: dalla politica all’economia, agli esteri, alla cultura, ai media e multimedia, alla cronaca, alla scienza e tecnologia, alla satira, fino all’apolitica ed oltre. Nella schermata principale del sito decine di blog si alternano durante la giornata con i loro titoli provocatori e creativi e chi ha interesse a seguire le discussioni online viene agevolato nella scelta di una o più letture tramite uno o più click dalla stessa pagina.
Benché il carattere ideologico sembri omologare tutti i blog aggregati, nel confronto le differenze tra i singoli sono bene evidenti e mostrano come ogni individuo riesca a mantenere la propria peculiarità e il suo personale punto di vista, oltre alla capacità critica anche nei confronti della stessa area politica di appartenenza. Gli aggregatori aumentano la visibilità dei blog e vetrinizzano numerose voci in un unico contesto rendendo più facile l’approccio del lettore alle opinioni dei blogger.
Un altro strumento promiscuo di cui gli utenti possono avvalersi in rete è il video-blogging che ha visto il suo culmine con la piattaforma di YouTube.
Bruno Pellegrini, fondatore della prima web television italiana con contenuti creati dall’utente, osserva come tramite la diffusione di modelli comportamentali e orizzonti di valore, in sintonia con il sistema sociale, i media diventino agenzie di socializzazione al pari dello Stato, della famiglia, della scuola. Tuttavia i mezzi di comunicazione, come qualunque altra parte del sistema sociale, possono avere effetti, volontari o involontari, di tipo disfunzionale, suggerendo comportamenti antisociali e pericolosi, o modelli contrari ai valori comunemente definiti come “normali”.
In genere YouTube viene menzionata dai media tradizionali ogniqualvolta accade un fatto di bullismo o qualcosa di contrario alla morale, funzione rituale della demonizzazione mediatica. Tuttavia la maggior parte dei contenuti di YouTube e di altre piattaforme multimediali con contenuti provenienti “dal basso” hanno messo in discussione l’egemonia culturale e informativa dei mass media, rivalutando i linguaggi e i contenuti territoriali in funzione di una nuova forma di narrazione collettiva e partecipata. In assenza di questo strumento molte zone del nostro Paese sarebbero tutt’ora escluse dal diritto di comunicare e divulgare le problematiche o le iniziative che nascono sui singoli territori, raramente prese in considerazione dai grandi media nazionali. Per essere vicina a questa tipologia di utenza, desiderosa di commentare anche i video per perdere quel ruolo di spettatore inerte e anestetizzato, perfino la Rai ha dovuto aprire un account su YouTube. Così come alcuni politici hanno cominciato a utilizzare il video-blogging per essere maggiormente vicini alla gente. Il primo esperimento l’ha fatto Antonio Di Pietro, che nel gennaio del 2007 ha iniziato a commentare le attività del Consiglio dei Ministri, suscitando un dibattito acceso all’interno della politica italiana. Il già citato Sindaco di Roma ha invece usato YouTube per divulgare in tempo quasi reale tutte le tappe della sua campagna elettorale a contatto coi cittadini nei vari quartieri della capitale.
La possibilità di entrare in relazione con realtà diverse, con culture differenti e con linguaggi sconosciuti, ma anche con altre capacità creative e comunicative, accresce la nostra angolazione mentale, aiutandoci a capire che nessuno di noi è al centro dell’universo.
Per concludere questo capitolo dedicato a Internet mi soffermerei su quello che è stato il fenomeno più discusso dell’ultimo anno: l’avvento di Second Life.
Come ci fa notare il ricercatore e futurologo David Orban, i mondi online non sono solo Second Life e le esigenze delle persone e le aziende che utilizzano le tecnologie dei mondi online possono essere molto diverse. In un’intervista su Nòva, Orban c’informa come lo sviluppo dei mondi online segua un ritmo che si può tracciare attraverso i neologismi che vengono creati per descriverne le nuove caratteristiche con l’immediatezza delle nuove parole. Questo fenomeno era già avvenuto in altre circostanze tecnologiche: Internet, per esempio, che si arricchiva negli anni passati delle espressioni ‘intranet’, o ‘extranet’ che indicano aree riservate di un sito web. I mondi online – continua il Futurologo – sono descritti dall’originario nome ‘metaverso’, che rappresenta il distacco e la diversità del mondo virtuale tridimensionale nel computer, dal mondo fisico della realtà che ci circonda. Infatti, è proprio la diversità dei mondi virtuali ad essere per molti una delle loro maggiori attrattive. Second Life segue questa strada, con gli arcipelaghi e i continenti delle sue simulazioni.
Si accede al mondo sintetico tramite un software scaricabile all’atto dell’iscrizione sul sito, dopo aver scelto tra un campionario generico di avatar quello che più ci piace e che man mano diventerà come desideriamo che diventi: colore dei capelli, degli occhi, forma del viso e del corpo. Una volta entrati in SL una finestra di gestione ci permetterà di modificarne l’aspetto a nostro piacimento e, grazie ai numerosi empori di merce free, perlomeno nella fase iniziale del nostro viaggio, di vestirlo come preferiamo. Poi impareremo a muoverlo, a farlo volare, camminare, trasferirsi da un posto all’altro alla ricerca di ciò che c’interessa conoscere.
Si dice che la pratica più frequente in SL sia la ricerca di avventure sentimentali e di sesso virtuale. Tuttavia l’offerta di altri contesti è talmente vasta che per trovare sesso e sentimento è necessario entrare in Second Life con tale aspirazione. Quello che invece mi ha particolarmente sorpreso durante i miei primi passi nel mondo online è stata la cortese cooperazione che un nuovo arrivato riesce a trovare. Avatar disponibili da subito a darti una mano per fare in modo che tu possa muoverti a tuo agio quanto prima ed altri che fanno doni come vestiti, scarpe, capelli, affinché il tuo avatar possa essere presentabile in ogni luogo e non sentirsi a disagio tra quelli già perfezionati.
L’immensa creatività con cui SL sta crescendo ed espandendosi ha dato vita a paesaggi sorprendenti, tali da indurre i più curiosi ad investire il tempo esclusivamente in escursioni. E poi ci sono gli eventi: concerti, presentazioni di libri con gli autori che rispondono alle domande in tempo reale, sfilate di moda, laboratori artistici e tecnologici. Ma anche discoteche splendidamente arredate di luci e strutture, dove gli avatar ballano meglio degli umani. Insomma c’è un gran da fare per chi ha voglia di ampliare le sue conoscenze culturali, ma soprattutto adoperare con sana consapevolezza questa nuova frontiera dell’utilizzo dei computer per la comunicazione.
Come osserva David Orban, fondatore della land Vulcano, terra di laboratori e sperimentazioni sul metaverso, i nuovi mondi online con la loro caratteristica immersiva, sincrona e persistente, permettono di ottenere un’immediatezza nella collaborazione tra gruppi geograficamente dispersi che precedentemente non era possibile e che con l’arricchimento delle offerte software saranno in grado di soddisfare esigenze sempre più ampie.
Second Life permette di non essere più soli nell’online ma di partecipare in uno spazio sociale tridimensionale persistente, dove le esperienze e le cose che si costruiscono sono emotivamente ed empaticamente di qualità molto elevata.
Sotto la superficie tridimensionale che apparentemente sembra dominata dalla tecnologia c’è in realtà la concezione dell’uomo universale che attraversa tanta della nostra cultura; c’è l’idea della conoscenza come strumento di trasformazione della realtà.
Tutto ciò non significa che le tecnologie non soffrano anche di utilizzi negativi o addirittura pericolosi. Come per ogni strumento che nel tempo ci è stato dato a supporto della nostra esistenza, il rischio dell’uso scellerato fa parte della “confezione”. Nel caso di Second Life tutto dipenderà da cosa siamo in grado di portare dentro la rete e da cosa sapremo cogliere d’interessante da esportare fuori dalla rete.
Gianluca Nicoletti sostiene come ad attrarci sia la vita eterna che quel posto simula e promette, e che l’occhio del nostro avatar ci serva per capire che essere immortali e far parte di quel mondo sarebbe una gran tristezza. Gli avatar digitali – dice – sono futili copie del nostro organismo che svolazzano nell’immaginario virtuale, danno prestigio e valore alla crisalide che invecchia in un mondo in cui il tempo non si ferma.
Ed è forse questo desiderio d’immortalità ad accomunare tutti gli uomini di tutte le culture, che mescolandosi in una interminabile sarabanda in questa rete di eterna promiscuità cercano di aggrapparsi ancora di più alla vita. Quella vita che poco a poco ci viene sottratta in quel mondo reale e imperfetto che noi stessi abbiamo costruito e che lentamente stiamo distruggendo.
