L’identità compromessa

 


Da un po’ di tempo si sente parlare di “identità fluida” nel cyberspazio, come se questa caratteristica fosse determinata dal mezzo e non dalla persona. Alcuni anni fa, nel mio libro “Maschi Virtuali”(1), avevo sottolineato come “In Internet possiamo essere qualunque cosa eccetto ciò che non siamo”.
La nostra identità non è un monoblocco neppure IRL e non credo che dobbiamo sorprenderci se lo strumento “Internet” ce lo conferma.
Il vecchio concetto dell’albero con le varie ramificazioni, introdotto da Lèvy per rappresentare l’io virtuale, non nasce e cresce nel cyberspazio. Per alcuni, ma non per tutti, questo albero trova un terreno fertile più in rete che fuori della rete, ma spesso il mistero della ramificazione plurima rimane, per gli stessi, qualcosa di arcano. Solo i più consapevoli giocano le varie ramificazioni dell’IO relazionandole tra loro, evolvendole a volte, prendendone sempre più coscienza. La maggior parte, invece, dichiara che stava scherzando e che dal vivo è un’altra persona.
Tuttavia c’è, in rete, un fenomeno che da pochi anni a questa parte si manifesta con una frequenza abbastanza preoccupante ed è un segnale chiaro e forte di come i media abbiano omologato pensiero e comportamento, soprattutto negli ultimi vent’anni, con un lavoro silenzioso e occulto. I consumi dell’immaginario e dell’induzione mediatica ormai hanno invaso la collettività, al punto che non è nemmeno più necessario usufruire del mezzo televisivo per riconoscere come questa inevitabile realtà abbia compromesso l’autonomia di scelta, di pensiero e di comportamento per la maggior parte delle persone. Tra tutti i media è innegabile che la televisione sia il principale strumento di creazione del “Desiderio Fittizio” e Internet ci conferma il risultato.
“La mutazione intellettuale si è risolta nella totale subordinazione dell’intelligenza al suo uso mercantile.” , dice Jeremy Rifkin ” Ma anche la sfera affettiva, il mondo di relazioni sta cambiando. Si è capito come vendere “comportamenti” sia altamente fruttuoso, come mercificare i rapporti sia ormai necessario, in quanto il nuovo concetto di libertà (caduto quello classico che considera l’autonomia come massima espressione dell’essere liberi) che vede la relazione (la Rete appunto) come autentica forma di libertà, pone anche l’esigenza di creare rapporti “artificiali” all’interno del sistema.”(2)
Ecco che un incontro telematico tra due identità diventa un genere di consumo, un servizio incluso nell’accesso. La connessione contiene anche quello, è gratis ed è dovuto. Come se l’accesso alla Rete comprendesse un meccanismo di accesso facilitato al cuore, alla mente o, il peggio delle volte, agli organi sessuali delle persone.

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Moltissimi accreditano un valore emozionale straordinario agli incontri telematici, senza rendersi conto che non essendoci empatia, l’emozione è angusta.
L’empatia è quel filo emotivo sottile che ci mantiene legati agli altri esseri umani. Noi creiamo empatia verso le fragilità altrui, le nostre incongruità, i nostri tentativi di essere umani. Ma se cominciamo a considerare gli altri come dei prodotti in offerta speciale che si possono acquistare nel cyberspazio, non riusciremo ad essere tolleranti, nel momento del confronto live, verso qualunque forma di “difetto” dell’oggetto da noi scelto e qualunque emozione verrà contraffatta o, al peggio, annullata. (2)
Sembrerebbe che ciò a cui le scelte attuali collettive o individuali tendono in un luogo di comunicazione telematica, sia una specie di “marchio” che garantisca la qualità del prodotto.

Nel 1989, quando ancora non si parlava di e-business o di e-commerce, nel libro “La Marque”(3) Kapferer e Thoenig dicevano:
“La marca non è una rendita, né un diritto acquisito. La marca non dura se non porta un reale valore aggiunto. Sottoposta a continua verifica dai consumatori, che confrontano e che si abituano velocemente alle innovazioni al punto di considerare normale l’ultimo progresso portato dalla marca, essa non ha altra scelta per sopravvivere che rimettersi continuamente in discussione”.
Se applichiamo questa profezia alla “marca” dell’identità che si manifesta in rete, non possiamo accettare che nessun ramo del nostro albero rimanga immutato. Invece esiste una maggioranza che non evolve, non modifica nulla, non cresce, e nemmeno si mette in discussione, tanto è ancorata al modello prefabbricato su cui ha fondato inconsapevolmente buona parte della sua personalità.
C’era un tempo in cui la Rete era frequentata da una piccola moltitudine. Chi era entrato in Internet circa all’inizio del suo avvento, faceva parte di una élite culturalmente e intellettualmente avanzata, pronta a sperimentare il nuovo mezzo interattivo, che spaccava finalmente i canoni del linguaggio monodirezionale degli altri media.
Nelle fasi pionieristiche di ogni fenomeno di massa, la percentuale degli “spostati” è molto alta, ma anche quella delle avanguardie; quando il fenomeno comincia realmente a diventare di massa, la composizione dei fruitori tende a coincidere con quella della popolazione media. Perciò chi è entrato in Rete prima che essa iniziasse a massificarsi, sta captando una odierna deficienza di alfabetizzazione che riduce la comunicazione a dei ripetitivi slogan di identificabile derivazione mass-mediatica.
Quando una popolazione, disabituata a scrivere e a leggere (che tanto c’era la televisione ad alleggerire l’impegno mentale), inizia a mettersi davanti a un monitor, con una tastiera che permette di esprimersi senza censure e senza inibizioni (che tanto l’anonimato è sponsorizzato dalle compagnie telefoniche), viene a galla quella perdita di autonomia di pensiero che precedentemente restava nascosta sotto la crosta dell’incomunicabilità reale.
La riduzione dei significati del messaggio comunicativo ha alcune radici principali nel settore della produzione di fiction e soap che ha inondato l’etere di commesse, commissari di polizia, medici delle ASL, famigliole di impiegati e casalinghe, poiché il Grande Pubblico doveva riconoscersi. Non per sminuire i suddetti ruoli, ma ho l’impressione che, assistendo alla rappresentazione banalizzata della sua vita quotidiana, il “grande pubblico” abbia considerato come modello di riferimento, e quindi come traguardo finale, la sua stessa routine e i normali accadimenti di ogni giorno, imbecillizzati dal lieto fine e dallo stile voieuristico del Grande Fratello. Oggi la gente comune fa la fila per andare a raccontarsi nei talk show televisivi o a fingere di raccontarsi, e il quadretto che ne esce è sempre a un palmo sopra la superficie, come se la tendenza generale fosse prevalentemente quella di mostrare l’effetto anziché la causa.
La tendenza a sciorinare il “che cosa”, anziché il “perché”, induce l’utente televisivo che entra in Rete, a mantenere il medesimo livello di superficialità a cui era abituato; di conseguenza la mancanza della rappresentazione visiva del suo “status”, sul quale egli aveva fatto investimento IRL, lo fa apparire telematicamente mutilato e impoverito. In realtà il suo “impoverimento” è preacquisito.
Dice Maldonado: “Il fatto che si continui a comunicare attraverso una scrittura fortemente stereotipata, compattata, ridotta al minimo, costituisce un elemento di impoverimento del linguaggio. Oggi nel ‘chat’, nella “chiacchiera online” si apre una strada, un gergo ‘cyber’ , un gergo che si basa su espressioni tecniche dove si annullano gli aggettivi; un linguaggio predefinito con frasi fatte e tutto questo naturalmente non solo può contribuire nel futuro ad un degrado del patrimonio linguistico e di tutte le sue articolazioni ma anche può avere un’influenza negativa  su i nostri modi di pensare. Noi continuiamo a pensare compattato, ridotto e questo evidentemente è anche un aspetto da non sottovalutare” (4).
Personalmente trovo questa affermazione di Maldonado assolutamente ottimistica. Il degrado del patrimonio linguistico è già avvenuto grazie alla televisione e alla pubblicità: poiché cultura e linguaggio ricco non sono compresi nel pacchetto persuasivo o forzatamente seduttivo dei media.
Se pensiamo a tutti i portavoce del “Corano del Consumismo” che operano contribuendo alla devastazione socioculturale e all’alienazione che viene prodotta dalla televisione, ci rendiamo conto di come la manipolazione adoperi due principali strumenti: il sesso e il successo.
Agendo sull’immaginario sessuale, che è l’elemento che fa da collante a tutti i successivi condizionamenti, l’icona del corpo femminile crea desiderio di possesso e di emulazione consumistica , per cui bellezza e “salute” determinano consumo di prodotti e simbologie desideranti comportamentali che sono entrambe Merci. La bellezza determina poi il “successo”, che è un potere la cui mancanza erode internamente, creando angosce e nevrosi.
Riconoscere come tutto questo abbia condizionato le menti è facile, se si sosta per un po’ di tempo in un canale IRC. Se arriva l’oca di turno che dice idiozie a ripetizione, ma dichiara un’età giovane e interagisce con un brio da “velina”, la stessa collezionerà un numero esorbitante di query e di corteggiamenti telematici, finalizzati ad un incontro conclusivo mirato al sesso. Mentre una frase intelligente, una risposta arguta di una donna che magari dichiara la sua età matura, non riceverà alcun tipo di reazione se non qualche rara dichiarazione del tipo ”Sei una che fa paura”.
Stessa cosa vale per i maschi. Se per passaparola si verrà a sapere che un imbecillotto telematico “dal vivo” è un gran fico, non avrà importanza il suo analfabetismo, ma egli diventerà automaticamente oggetto del desiderio da parte della collettività femminile.
Gli sfigati dichiarati in rete non acchiappano. E se la loro intenzione sarà quella di riuscire a sedurre, impiegheranno almeno dieci volte del tempo che ci impiega uno “bello ma scemo”.
La parte migliore di tutto questo marchingegno è la verifica “live”. Quando il takkino (così si chiama in gergo il corteggiatore telematico) incontrerà la “velina” telematica e troverà davanti a sé una vispa ragazza più larga che alta, non vedrà l’ora di tornare in rete per raccontarlo a tutti, mettendoli in guardia. Ma, una volta terminato il passaparola, il branco di takkini sarà ancora in agguato per cuccare la prossima “velina” virtuale. Le donne invece si lamenteranno che il “bello ma scemo” è troppo scemo per avere un rapporto con loro e che “non ne vale la pena”.
Nella community che gestisco in rete, questo girotondo va avanti da 3/4 anni, soprattutto nello spazio relativo al chat. E malgrado la apparente consapevolezza di una buona parte dei vecchi partecipanti, sono pochissimi ad avere una reale consapevolezza che “in epoca di mercificazione ideologico-spettacolare perfino delle emozioni e comunicazioni private, in cui le nostre pulsioni sono spesso indotte dai processi di creazione del desiderio, piuttosto che dal momento liberamente e sensualmente desiderante in se stesso, le parole acquistano un valore d’uso rispetto alla loro funzionalità simbolica e non rispetto alla rappresentazione oggettiva”.(5)
L’uso dell’assunzione di identità apparentemente diverse non ha, come molti sostengono, delle valenze liberatorie. Circa la possibilità di sperimentare nuove identità in rete si fa molta retorica, poiché tale possibilità contrasta con i limiti effettivi dell’identità in Rete.
“Chi assume un’altra identità in Rete mette in atto un esercizio di pensiero e di scrittura, che di per sé è interessante, ma lo è ancor più chiedersi quale sia l’ambiente di partenza di chi cambia identità in Rete. E’ inevitabile che si sia sempre legati all’identità di partenza, quella reale. Anche se si può provare il piacere del segreto e dell’avventura di un’identità virtuale, si tratterà sempre di una proiezione determinata dai presupposti reali dello specifico soggetto. Chiunque abbia mai scritto narrativa sa, del resto, che la vita reale è infinitamente più sorprendente di qualsiasi costruzione fittizia. Forse è molto più importante chiedersi come influenzi la nozione di soggetto il fatto che la gente scelga di crearsi delle nuove identità: da cosa ci si muove, cosa si 4
abbandona, e cosa avviene quando si rientra nella realtà di questo corpo, quanto può essere soddisfacente e frustrante un sé puramente elettronico.”(6)
Ormai è molto raro che la maggior parte degli utenti usino la rete come sperimentazione e scambio di contenuti a lunga scadenza, nascondendosi dietro false identità. Il bisogno dell’incontro reale è sempre più impellente, man mano aumenta l’utenza. Nella fase pionieristica era facilissimo incontrare qualche “nick” con cui scambiare dialoghi accesi e interessanti e spesso, se accadeva che l’interesse delle conversazioni si spostava su un piano emozionale o affettivamente proiettivo, uno dei due si dissolveva nel cyberspazio, magari spaventato dal mistero del “nuovo”. Oggi accade il contrario. La fase proiettiva è quasi immediata, poiché il linguaggio è abbastanza povero di contenuti e lascia spazio all’immaginazione, partendo dal presupposto che dall’altra parte dello schermo ci sia il protagonista della propria telenovela. Tra gli adulti è molto diffusa la ricerca di sesso live, anziché cybersex, come accadeva all’inizio, in fase per l’appunto sperimentale. Ma dalle testimonianze raccolte, pare che il risultato sia deludente nel 98% dei casi. La ricerca di uno status proiettivo si avvale ancora una volta della simbologia mediatica introdotta dalla televisione e dalla pubblicità. Corpi perfetti, automobili favolose, posizioni sociali elevate, drogano qualunque desiderio che, appena non viene appagato, genera delusioni, malesseri e frustrazione. Attualmente stanno tornando in voga gli “incontri al buio”, con patti pre-accordati in cui è d’obbligo la luce spenta, dal momento dell’entrata a quello dell’uscita, nella camera di un albergo in cui avverrà l’incontro. Tutto questo per non deludere l’immaginario, per continuare la relazione virtuale oltre lo schermo, senza togliere la magia del cyberspazio in cui le proiezioni sono l’unico ingranaggio che riesce a produrre emozione. Ma soprattutto per una collettiva ed evidente carenza di autostima.
Se, come diceva Kant, è vero che la conoscenza è una dimensione in cui la struttura mentale dell’uomo acquisisce una funzione determinante, le nostre capacità ricettive metteranno in opera una creazione del mondo relativa alle stesse; per cui l’informazione che proviene dai media non è più qualcosa che ci arriva dall’esterno, ma è come se fossimo calati dentro il mondo dell’informazione al punto che, vivendoci dentro, come galleggiando in un liquido amniotico, pretendiamo che il mondo sia composto nello stesso identico modo in cui è rappresentato dai media.
Questa allarmante pratica degli incontri al buio non fa che confermare la paura di uscire da quella specie di utero in cui tutto è bello, perfetto, illusorio.
Piuttosto che rinunciare all’illusione, la gente è disposta a rinunciare al confronto concreto delle identità, aggrappandosi disperatamente agli effetti delle pulsioni sessuali, che vengono violentemente separate dal resto del corpo.
La rete comincia a star stretta, tuttavia pochissimi sono disposti ad accettare una realtà concreta che li porti fuori dal loro percorso immaginifico e li riporti su un piano di concretezza a relazionarsi, prima di tutto, con se stessi.
Ai primi tempi di Internet le relazioni sessuali online erano vissute con una partecipazione emotiva abbastanza incantata. I cyberinnamoramenti erano all’ordine del giorno, ma spesso l’incontro non si realizzava. Tutto restava come in una dimensione onirica e a volte lasciava le tracce di un vero e proprio incubo che non trovava risposta o possibilità di interpretazioni razionali nella realtà, a meno di non essere in grado di esaminare quali dei nostri bisogni erano stati proiettati oltre il monitor.
L’utenza attuale da’ meno spazio all’affettività e ai sentimenti e, malgrado ne proietti costantemente, usa questo mezzo più come trasgressione della sua routine quotidiana che non come sperimentazione dei propri stati emotivi. Sono sempre più in aumento, in rete, le casalinghe insoddisfatte, le mogli poco appagate sessualmente, le ragazze in cerca di esperienze sessuali con maschi adulti. I maschi, al contrario, cercano affettività o donne remissive, disposte a soddisfare i loro appetiti e a renderli meno insicuri del loro “potere” maschile. Non tollerano una donna che conosce i segreti dello strumento informatico e che lo sa pilotare; molte volte ho sentito uomini lamentarsi con frasi del genere: “Che palle ‘ste donne tecnologicizzate, aridatece la massaia con le mani sporche di farina e uova”.
Dunque si alle “veline” in quanto donne oggetto, ma che non sappiano usare il computer possibilmente. Che non pensino. Forse chissà… vorrebbero perfino rivestirla una velina virtuale, con abitino di flanella a fiorellini su fondo nero, grembiulino di cotone e cuffietta in testa. Magari a quel punto la loro virilità tornerebbe a rivivere dei vecchi fulgori, e forse non ci sarebbe più bisogno di un incontro al buio per lasciare che un sano immaginario percorra il suo cammino lungo le curve sinuose dell’eros. Il corpo mercificato, sparato anche a dimensioni giga sui cartelloni pubblicitari sparsi per le strade, ha azzerato la libido e aggiunto tanta chincaglieria ammucchiata che produce acari annidati negli angoli oscuri del cervello umano.
Se dovessimo mettere in luce un importante “NON distinguo” per cui i comportamenti sociali vacillano tra inconsapevolezza e dipendenza mass-mediatica, potremmo tenere conto di quanto scrive Helena Velena nel suo “Culture contro”:
“… il NON distinguo tra morte militare (sia essa per mano “cattiva di terrorismo” della stirpe Bin Laden, o quella per mano “buona di guerra” della stirpe Bush), e morte sociale.
Il primo applica la prassi del terrorismo perché non è ufficialmente Stato, non ha un fronte ne’ un esercito regolare, il secondo pratica la guerra perché ne ha la legittimazione morale.
Entrambi provocano morte militare, con vittime anche tra i civili e facendo scorrere il sangue, creando immani sofferenze e tracollando l’economia.
Ma entrambi provocano anche morte sociale con le relative ideologie, stesse facce di una logica di Controllo Sociale Globale che sfrutta ipocrisia religiosa, revanscismo d’accatto e fanatismo stolto della massa imbelle, sia essa la Guerra Santa o la Giustizia Infinita.
Entrambi supportano l’ideologia del controllo oscuro, entrambi aborrono il libero pensiero e l’autonomia dei media, entrambi manovrano attraverso l’economia e l’alta finanza, entrambi sono abili nelle alleanze impossibili e nei cambi di schieramento per comodo, entrambi opprimono le donne (uno con la dittatura del burqa, l’altro con quella del desiderio), entrambi creano globalizzazione e cancellano le specificità, entrambi manipolano i bisogni (uno creandoli col consumismo, l’altro negandoli con un anticonsumismo settario), entrambi sono reazionari, entrambi sono guerrafondai, entrambi stanno facendo una guerra mondiale motivata solo dai loro interessi e fatti personali (tra di loro), e, vorrei aggiungere, entrambi, non a caso, sono uomini.
E il rapporto tra queste due componenti, l’alpha e l’omega del Pianeta Terra, finisce per essere il rullo compressore di un Movimento che non ha ancora saputo sviluppare una critica altrettanto globale non tanto agli OGM, al lavoro interinale o alle condizioni dei dipendenti minorenni della Nike in Corea, ma alla creazione del Consenso Universale del Pensiero Unico che porta ad un riflusso generale e una nuova Era Oscura in entrambi i casi, anche se una è più palese nella forma del Medioevo, e l’altra lo è altrettanto nella sostanza del Feudalesimo. Morte sociale appunto”.(7)

 

 

1 Marina Bellini – Maschi Virtuali – ed. Apogeo, 1999
2 Jeremy Rifkin – L’era dell’accesso – ed. Mondatori, 2000
3 Jean-Noel Kapferer e Jean-Claude Thoenig -La Marque – Mc Graw-Hill ,1989
4 Tomàs Maldonado – Mediamente, Rai, 1997
5 Helena Velena – Culture Contro – Malatempora, 2001
6 Barton Kunstrel – Mediamente, Rai, 1998
7 Helena Velena – Culture Contro – Malatempora, 2001

 

Roma, 2002

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