
PREFAZIONE
Marina Bellini é una sacerdotessa del nulla. Un’iniziata al nulla. E’ una sorta di entità vampiresca surreale che il nulla attraversa e descrive con un linguaggio che è la striglia usata per lenire con un massaggio lento e dolce la fatica dei cavalli esausti e, al tempo stesso, l’arnese per scuoiare i nemici di una qualsiasi Istituzione in possesso di un Boia laureato. Bisogna stare attenti a come la si legge: su questo libro, se si è distratti, si salta su una mina intellettuale e si rischia di perdere la testa: “Un’aggressione psicologica… e potente…” ammoniva Padre Lancaster Merrin al giovane e smarrito Damien Karras prima di affrontare Regan Pazuzu, nelle sequenze finali de “L’esorcista”.
Con Marina Bellini non sai mai da dove l’aggressione può arrivarti, bisogna che tu stia sveglio e chieda ai tuoi riflessi tutta la loro prontezza per rintuzzarlo al meglio. Da giovane il mio Nagual era un cacciatore di ratti. Ricordo che mi diceva: “Mira alla testa della pantegana col tuo randello, ma senza guardarla negli occhi. Se la fissi per un istante salterà come un fulmine sul randello e ti morderà. Tutti sono per un attimo insicuri con una pantegana e lei coglie l’indecisione come la più scaltra delle puttane”.
Io replicai che non sarei stato mai un cacciatore di topi e che le puttane non mi piacevano e lui mi disse serafico che le pantegane non sono topi, sono ratti solitari e che i peggiori ratti si annidano nell’omertà delle coscienze di un consesso quieto e funzionante, dove devi guardarti da tutti e valutare sempre i meccanismi di potere ai quali vai incontro, sia che tu sia mosso da personali ambizioni che solo dall’ istinto di sopravvivenza. Quando lessi il titolo del manoscritto “Maramouse” con un vago e malcelato terrore (avevo già letto Maschi Virtuali) mi sovvennero le parole di Cotrone, il quale in ultimo aveva trasformato il suo cancro in un ratto che gli divorava le viscere e si era per questo dignitosamente impiccato alle travi della sua baracca di lamiera.
Sapevo cosa attendermi da lei. Sapevo che nel suo secondo lavoro si sarebbe arrampicata sul simbolo della mia virilità per morderlo attraverso i pantaloni o appendercisi coi denti senza più mollare la presa. Quel che ignoravo era l’angolo concettuale dal quale sarebbe sbucata per affondare i suoi incisivi nel mio organo sessuale. Fuor di metafora, ignoravo in che fogna l’avessero condotta le tragedie del suo primo scritto e il percorso esistenziale di ratto scampato a cento epurazioni sorcine. Eppure avrei letto Maramouse, correndo il rischio della leptospirosi. Benché fosse una porta chiusa, serrata da editori poco propensi ad assumersi la responsabilità di scelte innovative verso il loro pubblico, sapevo che anche questo secondo Lavoro, come l’altro,(1) era stato annunciato da Mnemosine(2) in modo analogo(3) alla nascita di Gesù…
Continua a leggere...
Dietro i battenti serrati sentivo la pantegana schiumare di rabbia repressa. Bellini stava sprecando energie nel tentativo di mordere le palle ai suoi invisibili persecutori, mentre questi se ne stavano al sicuro all’interno dei loro bugigattoli riscaldati.
Affidandomi all’intuito del critico e in base all’accurata lettura di Maschi Virtuali, le dissi chiaro e tondo che mantenendo la dolorosa concentrazione del primo lavoro, per me prologo di una discesa agli inferi troncata ai bordi dell’Abisso, il secondo atto avrebbe di sicuro raggiunto un’espressione ancor più alta e originale per culminare, con l’ultimo tomo di “Ombre Tecnologiche” nella vera e personale tragedia… Dove il mondo è una serie di quadri vuoti e la luce un bel riflesso su distese di corpi insepolti contesi da indaffarati stormi di corvi.
Aggiunsi che se nel primo libro la consapevolezza del male affiorava come una piccola scogliera nel mare di ricordi in parte mitopojetici e dolcemente protettivi, nondimeno preparava il secondo atto alla consapevolezza di una durissima sconfitta e il terzo all’evocazione del totale fallimento di un’entità che ha infine trovato in se stessa le motivazioni per rinascere, con le sue ombre, lontano da tutto.
Quando la porta si aprì e lessi “Maramouse” la prima sensazione fu:
Nemmeno se la scuoiassero con la succitata striglia potrebbero farle più male. Non ho mai visto un essere descrivere la sua agonia con così tanto distacco. Feroce verso di sé e ancor più crudele verso il mondo pur senza mai accusare nessuno. Fenice che divora se stessa nel fuoco nel tentativo di non rinascere più é, senza mai cercare il ruolo, Cassandra(4), Sidonia(5), Ester Prymm(6) e Emma Bovary(7) per non citare tutte altre figure letterarie che mi si affollano in mente.
Dopo la prima lettura comperai due evidenziatori Staedtler, uno giallo e uno rosso e evidenziai il romanzo in due parti, poi lo rilessi ancora, meditando sulle zone colorate, poi rilessi separatamente le due zone e l’intero testo per un’ ultima volta.
Il secondo libro è parte di una trilogia e senza il terzo rischia di non avere un senso compiuto. I primi due lavori sono prologo e primo atto di una tragedia che è sempre più una rivoluzione della nostra fiacca letteratura attuale. So di essere il testimone di una svolta epocale: questa è la prima vera grande autrice del nuovo millennio, ignorarla equivarrebbe a fare come tutti i farisei fecero alla vigilia di ogni mutamento, non importa che i rivoltosi si chiamassero Cristo, Lutero, Colombo, Leonardo, Galileo, ecc… mettere la testa sotto la sabbia o tentare di sbranarli subito. E guai a illudersi che l’andazzo sia nel frattempo cambiato.
La prima cosa che ho notato in Maramouse è che Bellini non ha voglia di stupirci. L’autrice ha lavorato con pignoleria sulla sua scrittura, scarnendola per offrirci la nuda essenza di ogni sconfitta.
Chi si aspetta una trama romanzesca o un lieto fine butti via i duelibri che si accinge a leggere. Chi vuol capire legga senza fingere di farlo.
2. Il diario di una non monaca.
Maramouse prosegue il racconto (vero) di una donna che, salendo vertiginosamente le pareti lisce e illusorie del tubo catodico di una carriera promettente, si accorge di essere preda della propria fama e si allontana dalla notorietà per esplorare l’ombra che la circonda e dalla quale sa che non verrà più fuori. Si inoltra in un universo di fantasmi, nel quale è cacciatrice di se stessa e, grazie a un corto circuito, una forma di incontrovertibile follia procuratale dalla sua intelligenza creativa, inizia una recherche che ha come posta il suo essere donna nel macrocosmo virtuale che la circonda.
E’ stato il talento di due uomini a ispirare a Marina questa caccia spietata; due pazze e solitarie menti assetate di conoscenza di cui l’una é quella di un grandissimo scrittore del 900 italiano che per un breve periodo ricambia il suo amore prima di tornare alle utopie di una donna ideale, le sole che ispirino il maniacale tentativo di fondersi in una sfera alta e ideale che riproduca in un animo stanco il bang dell’innocenza primordiale cui i sensi incantati di ognuno di noi, a causa dei dolorosi percorsi della vita, non possono tendere per sempre. San Graal che egli ricerca molto oltre l’ultima Thule, il remoto orizzonte della sua già avvenuta immortalità.
Da lui Marina impara avidamente i segreti di quella letteratura che i cultori del leggere senza sfogliare conoscono bene. Uno stillicidio di idee che, scalpellate nel granito, non saranno mai forbite parole in cerca di un compratore ma, attraverso lo scavo sistematico di ogni coscienza in cui ci si imbatte, aliene depositarie delle nostre più inconsce paure.
Ritengo La Califfa il più grande romanzo del 900 italiano e Marina Bellini la donna più interrotta della narrativa del nuovo secolo: una Isabel Allende di casa nostra, ma infinitamente più crudele. Un tratto enigmatico e del tutto privo di poesia dell’universo femminile, la cui Casa degli Spiriti è il dedalo cybernetico dal quale non verrà mai più fuori. Condannata a vagare in un caliginoso mondo vuoto (vuoto, si badi! non vacante) al quale ha deciso di iniziarsi, comincia con Maschi Virtuali la narrazione delle sue più allucinanti scoperte. Ciò che ne scaturisce travalica il nostro tempo, come gli incubi futuristi del Nosferatu di Marnau, così come Stoker avrebbe voluto emergessero dai diari del suo romanzo.
Mentre ingerisce psicofarmaci beve coca cola fuma e si impietrisce dinanzi allo specchio guardando un suo ritratto ancora bello ma destinato a essere cancellato con impietosa isocronia, sto curando gli ultimi brandelli di bellezza come un condannato all’accecamento che guardi per l’ultima volta il tramonto del sole, interrogando invano Cassandra sul mio fato e Dorian Gray e Faust sulla loro dannazione, nei primi due atti di “Ombre Tecnologiche (8)” Marina ci avverte, si! di un complotto, ma di certo non uno di quei minestroni studiato a tavolino per provocare casi letterari o cinematografici e disturbi del sonno e angosce già sperimentate in laboratorio su cavie pensanti. Non ci sono razze extraterrestri in combutta col potere umano per sottomettere l’arroganza della nostra razza né simili gaiezze nelle sue pagine.
Il conflitto che Bellini scopre dietro le quinte di una società che è diventata un mondo di quizzacci e di chiacchiere da baretto dello sport, dove si urla e si inveisce, si pianificano guerre a tavolino e ogni intimità è diligentemente svelata (lo spettatore potrà sempre valutare l’interesse morboso di una strage live o di una scopata nella casa del Grande Fratello, per non parlare delle reiterate menzogne di Talk Show che ospitino a turno politici rifatti) è infinitamente più vero e crudele di ogni cronaca marziana di Wellesiana memoria.
La psicologia maschile è la prima barriera a esser travolta da un andazzo in cui l’audience prevale sui sentimenti e il calcolo degli sponsor sul pensiero creativo di un autore. E se in Maschi Virtuali si tenta di arginare l’ecatombe provando invano in alcune pagine a far passare il tutto come una sorta di alibi legato al sorgere della rivoluzione tecnologica del terzo millennio, in Maramouse l’alibi si dissolve, per lasciare in tutti noi la visione del nostro nero abisso esistenziale.
Sopraffatto e dominato da un’esplosione demografica e tecnologica senza precedenti l’uomo prometeico non è più tale, non trasmette più esperienza ma dati, non più sentimenti ma stati alterati di coscienza in cui il mancato conflitto interiore tende a farne un animale mutante e mutilato nella percezione, piatto nei sentimenti e crudamente privo di giudizio critico e di auto ironia. Il chat non sarà mai una Voce di dentro e quella di Internet una notte che non passerà mai.
Nel primo e forse unico Kundera(9) (chi non lo ricorda?) tutta l’amarezza per ciò che è stato fu d’un tratto allegoricizzata nella morte della sua cagna. Il capolavoro era in quei capitoli centrali, struggenti e infiniti. Era quella l’affermazione tutt’altro che flebile di una speranza: che anche frusto e lacerato e inviso e crocefisso su una collina di teschi di sconfitti sognatori, l’amore non cessa mai di vivere e tornare, come nel supremo sacrificio reso dal Tognazzi più vero nella Califfa del grande maestro, che ci fece male e bene al tempo stesso. (Il mondo avrebbe fin da allora dovuto doverosamente riflettere sul dove tutti noi si stava andando)
La Bellini scuoiata viva non ci da scampo agitando sotto il nostro naso la sua metallica striglia per cavalli quando scrive .: “Come se l’esperienza non avesse alcun senso, essi ( i giovani) vorrebbero raggiungere un risultato, scavalcando qualunque tappa che serva a comprendere il senso del punto d’arrivo. Rifkin sostiene che la Generazione.com sta venendo fuori con un senso frammentato dell’ego e un’incapacità cognitiva dell’io. E’ strano come egli rilevi questo difetto principalmente nei ragazzi e ne addebiti la responsabilità alle nuove tecnologie. Io credo, invece, che molta responsabilità sia addebitabile a una incapacità, da parte degli adulti, di dar loro indicazioni valide…”(10)
Giulio, l’unico personaggio della tragedia di Maramouse che vorrei citare, poiché più di altri mi induce a una dolorosa e vana pietà verso il me stesso più miserando e solo, dopo la rievocazione di un imbarazzante dialogo indiretto.: “Mi disse che si era sentito nudo… che lo avevo letto troppo bene… inquietamente bene… E sentiva di non potermi più rivelare nulla, perché ormai sapevo tutto”.
Ci mostra la nostra debolezza con una considerazione ineludibile … “Eri troppo a rischio per me… sei pericolosa per il mio equilibrio… potevi far saltare tutti i miei equilibri instabili. Debbo rallegrarmi, poiché hai vinto tu”.
Coscienza borghese, che in questi tempi di codardia ci rende simile alle migliaia di mosche che guardano il mondo dietro il vetro di una finestra per metà aperta e avvertono colei che sta per uscirne (tra esse è tra l’altro l’unica mosca a non voler ronzare) che uscirne la esporrebbe a un rischio di auto distruzione.: “Se voi dite che la mia fine è nella consapevolezza di questo atto”. Ella dice loro “Scelgo l’incertezza di ciò che in piena coscienza sto facendo e non l’elaborata ipocrisia di una calcolata rinuncia.”(11)
3. Un maestro di follie
L’ebreo maestro di follia la raccontava invece in altro modo. Era l’ultimissimo della sua generazione e anche se di rado, blaterava tra gli sghignazzi un episodio occorsogli(12) quando, proclamata l’adesione al nazionalsocialismo, fu intervistato da un giornalista tedesco. Alla domanda.: “Perché un ebreo vestirebbe volentieri l’ uniforme del Partito destinato a disgregarli” Lui si era affrettato a domandare al povero intervistatore “Lo sa perché igovernanti del Reich usano sempre il monocolo?” E quando quello aveva scosso il capo interdetto il vecchio marpione, assestando con precisione il colpo del Knockdown… “Per non correre il rischio di vedere più di quanto possano capire” Forse solo Chaplin avrebbe colto il valore dell’ autoironia nella presa di posizione del vecchio pazzo, che in tal modo, col manicomio criminale, aveva pagato la fondata accusa all’ Europa del tempo di aver permesso l’avvento delle Autarchie Nazional Socialiste.
Io credo che la Bellini imparasse da Ezra Pound la tecnica di auto isolamento che uno schizoide ha elaborato per tener lontane le jene dalla sua carcassa incancrenita e continuare a estrarre dai mali necessari delle sue idee concetti sempre più originali. Pound era un lucido e disperato schizoide la cui estrosa e coerente genialità era da sempre considerata letale, come un cobra con l’ intelligenza umana che sappia sempre in quali occhi di ideologi da fiera e demagoghi sputare il veleno della sua derisione. Come tutti i Kapò delle avanguardie del 900 Pound era devastante, tanto che forse, se quelle si potevano a volte assorbire e celebrare come reperti portati coi loro fautori all’interno del recinto tautologico borghese l’ostinata vecchia capoccia no di certo! Quella neppure il manicomio criminale l’aveva mai intaccata. E il vecchio tutto suonato amava e guidava Marina Bellini su antichi percorsi, rotte sulle quali anche Joyce si era avventurato come Ulisse. Non a caso un autobiografico Ulisse smanioso di varcare le colonne d’Ercole dell’animo umano, scavando in esso un tale cunicolo da riuscire quasi a sbucare ai suoi antipodi. Il vecchio Pound credo l’avesse iniziata in silenzio a questa forma d’arte, prima di lasciare al suo arbitrio se camminare nell’insidia perenne del futuro remoto (Le sabbia mobili delle ombre) o nella cheta e posticcia gloria dell’anta mezza chiusa dei salotti romani. Inutile dire qual’era stata, io credo che prima di morire il vecchio reprobol’avesse appreso con un lampo di feroce sarcasmo negli occhi spiritati, la scelta della sua ultima discepola.
Così, lontana anni luce da Pound, Elouard, Stein e Hemingway, la prima generazione perduta, ecco rinnovarsi la maledizione nell’ era di INTERNET con Marina Bellini. Sacerdotessa dell’uomo di fumo e serva delle nere deità dell’ade tecnologica, ella ci invia dall’altrove scritti destinati a far saltare in aria qualunque lettore impreparato a contendere quotidianamente la propria coscienza ai suoi demoni interiori.
Felice Turturiello
1 Maramouse, il primo è Maschi Virtuali.
2 Mnemosine – La madre di tutte e nove le muse.
3 Analogo – Mi si perdoni l’irriverente similitudine… Gabriele annunciò a Maria che la nascita del Cristo sarebbe avvenuta per partenogenesi. Mnemosine, madre delle nove muse protettrici delle arti, annuncia alla Bellini che, così come Maschi Virtuali, anche Maramouse sarà concepito, nel concetto e nella forma, come un’idea assolutamente originale.
4 Cassandra – Ebbe da Apollo il dono della profezia ma subì anche la condanna, per non essersi concessa al dio, di restare in eterno inascoltata.
5 Sidonia – Strega medioevale citata nelle memorie di Oscar Wilde, che ne aveva un quadro in casa quand’era piccolo, l’incantatrice appariva sul proscenio bella e abbigliata magnificamente e, sul fondo della tela, come una vecchia orrenda. Sidonia finì con l’ispirare a Wilde il ritratto di Dorian Gray.
6 Ester Prymm – L’adultera de “ La lettera Scarlatta ,, condannata dai puritani all’interdizione perpetua dalla loro società, alleva la sua bambina con inenarrabili privazioni
7 Emma Bovary – Personaggio reso immortale dallo scrittore francese Gustave Flaubert. Resa adultera e traditrice dal piccolo e ipocrita mondo di provincia in cui vive, si ucciderà alla fine di un lungo vortice di fallimenti.
8 E’ il titolo della Trilogia di Marina Bellini
9 L’insostenibile leggerezza dell’essere.
10 Pag. 31
11 Raccontino Jiddish “ La mosca che non ronzava”
12 Il grande poeta Ezra Pound. Altri si sono attribuiti quest’episodio me era il suo.
Maramouse – Editrice Gaia, 2004
